Allontanarsi per tornare ad amare la chitarra
Oltre l’algoritmo e la presenza a ogni costo: ritrovare l’identità del musicista nel valore dell’ascolto
C’è un’immagine che accomuna chiunque abbia mai stretto un manico di chitarra tra le mani: il silenzio di una stanza, la luce bassa e quel primo accordo che vibra nel petto.
Per anni, quell’istante è stato il nostro nord. Abbiamo passato ore a studiare, a rifinire, a consumare i polpastrelli su scale e arpeggi, convinti che la ricerca della bellezza fosse l’unico obiettivo per cui valesse la pena sacrificare il proprio tempo.
Poi, lentamente, le regole sono cambiate. La musica è diventata un rumore di fondo, ci hanno convinti che per imparare a suonare uno strumento basta guardare qualche video su YouTube e lo strumento, da fine ultimo, si è trasformato in qualcos’altro.
Il peso della distrazione
Oggi non è più solo il mercato a essere cambiato, ma la nostra stessa capacità di dedicare cura a ciò che amiamo. Viviamo in un’epoca di profondo degrado culturale, in cui la soglia di attenzione si è ridotta a pochi secondi. La complessità viene percepita come un fastidio e la ricerca viene sacrificata per l’impatto immediato. Per chiunque ami lo strumento — professionista, studente o semplice amatore — la domanda è: ha ancora senso cercare la profondità in un contesto del genere?
La prigione della visibilità
Oggi, se lavori con la musica, il tuo strumento non è più solo la chitarra. Sei diventato, tuo malgrado, un editor video, un social media manager, un esperto di algoritmi. La nostra giornata non è più divisa tra studio e performance, ma tra produzione di contenuti e analisi delle statistiche. Siamo prigionieri di una nuova schiavitù digitale: l’obbligo di essere visibili per restare rilevanti. Se non riduci il tuo sapere a un gancio di pochi secondi, l’algoritmo ti punisce con l’invisibilità. È una corsa al massacro che prosciuga l’energia che dovremmo dedicare alla ricerca artistica.
Se invece sei un appassionato, o uno studente, la trappola è ancora più subdola. La visibilità altrui diventa il tuo metro di paragone; la velocità con cui gli altri “sembrano” imparare diventa la tua frustrazione. Ti ritrovi a scorrere video invece di suonare lo strumento, consumando frammenti di musica senza mai masticarla davvero. La chitarra smette di essere un rifugio e diventa l’ennesima fonte di ansia da prestazione, un obiettivo da raggiungere invece che un viaggio da godere.
Smettere non è arrendersi
Smettere di suonare, a quel punto, non è una resa. È una forma di protezione. Negli ultimi mesi, e forse anni, la scelta di rallentare fino al silenzio è diventata per molti musicisti l’unica via per non arrivare a odiare definitivamente il proprio strumento. Il problema non è la stanchezza, ma la sensazione di essere costantemente chiamati a dimostrare qualcosa.
Mi sono accorto che stavo studiando meno per capire e più per “non sparire”, e questo, col tempo, svuota qualsiasi entusiasmo. È qui che nasce il desiderio di sparire: non come gesto teatrale, ma come necessità concreta di sopravvivenza.
Ieri la discografia, oggi l’algoritmo
Questa scelta di fare un passo indietro ha radici profonde, ma sono cambiati i carnefici. In passato si spariva per sfuggire a una discografia rapace che trasformava gli artisti in prodotti seriali; oggi ci si allontana per salvarsi da una deriva culturale che premia la quantità sulla qualità. Smarrire la bussola è facile, ma la storia della chitarra è piena di maestri che hanno tracciato questa strada prima di noi.
Nel nostro tempo, scomparire dai riflettori digitali non è un rifiuto del presente, ma un atto di igiene mentale. Per me ha voluto dire rimettere confini chiari tra il tempo pubblico e quello privato, e accettare che non tutto ciò che conta deve essere mostrato. Permette di pulire le orecchie e lo spirito, restituendo alla tecnica e al tocco la loro dignità originale: non trofei da esibire, ma strumenti d’amore per la musica.
Proprio per ritrovare una prospettiva, ho voluto approfondire le storie di chi ha avuto il coraggio di dire “basta”: ho scritto un articolo dedicato a 5 chitarristi che hanno scelto l’arte di sparire, giganti che hanno spento i riflettori per proteggere il proprio amore per il suono. Questa ricerca è diventata un video che trovi cliccando qui.
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La riscoperta della passione nuda
Rallentare e smettere di assecondare la velocità dei trend è l’unica condizione possibile per tornare a fare ciò che conta: amare la musica, e ancora di più la chitarra. Quando si mette in stop il flusso costante di suoni e immagini senza senso creati da vittime del sistema in tutto e per tutto simili a noi, si torna finalmente a combattere quel nichilismo estetico che ha tolto peso alla musica. Riscoprire la passione significa riconoscere che ogni ora passata a studiare o ad ascoltare un disco dall’inizio alla fine non è stato tempo perso, ma la costruzione di una lingua sacra che richiede silenzio e rispetto.
Il ritorno alla ritualità: disintossicarsi dal rumore
Per ritrovare la voglia autentica di far vibrare una corda, è necessario, prima di tutto, fare spazio. La guarigione dalla pochezza culturale che ci circonda passa attraverso gesti che oggi appaiono quasi sovversivi, ma che in realtà sono profondamente umani: il ritorno alla cura.
- Il silenzio produttivo: Significa avere il coraggio di smettere di alimentare il flusso costante dei contenuti. Non è un addio, ma un distacco necessario per tornare a sentire il proprio suono “privato”: quello che non deve convincere nessuno, che non deve scalare algoritmi. Un suono che ha il diritto di essere imperfetto, lento, ostinatamente ripetitivo. È in questo vuoto, libero dal giudizio esterno, che la creatività ricomincia a respirare.
- La riconquista dell’ascolto: Allontanarsi dalle piattaforme di streaming significa smettere di “subire” la musica per tornare a possederla. Caricare i propri dischi su un vecchio iPod, su un hard disk o organizzarli in una libreria scelta è un atto di autodeterminazione. Significa decidere cosa ascoltare e quanta attenzione concedere. È il ritorno al disco ascoltato dall’inizio alla fine, come si faceva da adolescenti: un rito protetto dalle notifiche, un’immersione totale che restituisce dignità all’opera e a chi la ascolta.
- La rete umana: Smettere di interrogare motori di ricerca e algoritmi per tornare a interrogare le persone. C’è più cultura nel consiglio appassionato di un amico o di un collega che in mille playlist generate da un software. Il valore di un disco suggerito con gli occhi che brillano, o di una fraseggio mostrata durante una jam senza telecamere accese, è ciò che ricostruisce il tessuto sociale della musica. È la riconquista di una lingua comune che avevamo pigramente delegato alle piattaforme.
La chitarra come fine, non come mezzo
Forse la lezione più preziosa che traiamo da chi ha scelto l’ombra è che il successo più grande, per chi ne ha fatto un mestiere come per chi suona per gioia, è riappropriarsi delle proprie emozioni. Non è un ritiro, è una nuova forma di libertà. È capire che la chitarra non deve essere un mezzo per accumulare “like”, ma il centro di un ecosistema fatto di studio, passione e cura.
In un mondo che corre, noi possiamo scegliere di fermarci. Riscoprire la passione significa trasformare ogni nota in un atto di resistenza contro la fretta. Perché alla fine della giornata, la soddisfazione più grande non arriva da una notifica, ma dal brivido di una corda che vibra sotto le dita.
Se riusciamo a far risuonare di nuovo quel sentimento, allora tutto quel tempo, tutta quella fatica, hanno finalmente trovato il loro senso più vero.
“Ho scelto questo titolo, ‘Allontanarsi per tornare ad amare la chitarra’, perché mi sono reso conto che correndo dietro a tutto il resto, stavo perdendo proprio lei.”
Se ti va, raccontamelo.
Ti sei mai allontanato dalla chitarra per non arrivare a odiarla?
Hai mai sentito il bisogno di rallentare, di togliere rumore, di tornare a suonare senza dover dimostrare nulla?
Lo spazio commenti è aperto proprio per questo: non per dare risposte giuste, ma per condividere esperienze reali.
Perché, spesso, scoprire di non essere soli è già il primo passo per tornare ad amare davvero lo strumento.



7 commenti
Ti sei mai allontanato dalla chitarra per non arrivare a odiarla?
Si, tante volte, e sono in una di queste fasi, la più lunga dal 2015 quando ho ripreso la chitarra dopo 20 anni di stop. Ma non è lo stesso di 30 anni fa, allora la misi da parte per altre distrazioni da gioventù. Oggi invece sono circa un anno e mezzo che non la imbraccio anche se è cmq sempre nei miei pensieri. Ma c’è qualcosa che mi “impedisce” di riprendere, non so cosa sia, non sono riuscito ancora a capirlo. Però non l’ho dimenticata, magari inconsciamente è qualcosa di simile a quanto accaduto a te, nell’articolo mi sono riconosciuto in diversi passaggi, vedremo. Spero che questa tua “ripartenza” potrà essermi di stimolo e fare riaccendere la fiamma, che non si è spenta ma solo affievolita.
Grazie per averlo scritto così apertamente.
Quello che descrivi lo sento molto vicino: non è una distanza fatta di disinteresse, ma di presenza silenziosa. La chitarra resta lì, nei pensieri, anche quando non passa dalle mani.
Forse non c’è nulla da “forzare” o da capire subito. A volte non è il momento di riprendere, ma di ascoltare cosa è cambiato nel frattempo — noi, non lo strumento.
Se questa ripartenza potrà essere uno stimolo, ne sono felice. Ma senza aspettative: la fiamma, quando non si spegne, sa riaccendersi da sola. Serve solo il contesto giusto. Intanto ci vediamo mercoledì al guitar cafè 😘
Pur non avendo (ovviamente) vissuto come te questa esperienza di sopraffazione dell’algoritmo in campo chitarristico, credo di capirla perfettamente per ció che quotidianamente viviamo un pó tutti oramai immersi costantemente in questo mondo iperconnesso che paradossalmente ci ha fatto perdere di vista le vere connessioni che valgono. Il valore, il sacrificio, la passione, le emozioni sono un “di cui” sempre piú marginale, ingredienti secondari per “scalare le classifiche delle visualizzazioni”. Avendo avuto la fortuna di conoscere il valore di questi tuoi “ingredienti” non fatico a comprendere questo nuovo inizio … che tanto nuovo non è perché avemmo modo di parlarne già un paio di anni fa in una piacevole passeggiata al centro storico di Napoli. Ti dissi quanto ti invidiavo per aver fatto della musica la tua professione e mi facesti capire che le cose erano cambiate: il rischio era quello di dedicare sempre meno tempo alla musica, allo strumento, allo studio, alla ricerca e sempre piú tempo al web marketing, al SEO, ai like, …
Per ció che riguarda l’ascolto e le letture mi sento molto piú partecipe: non ho mai smesso di comprare musica, di ascoltare (e basta), di approfondire l’evoluzione di un artista, di voler conoscere le lineup di una incisione, di leggere critica musicale. Sottoscrivo quindi al 100% il tuo pensiero a riguardo!!
Da allievo e Guitarcaffeinomane non vedo l’ora di cominciare insieme questo nuovo corso!!
È capitato anche a me purtroppo, ho a che fare con la musica fin da bambino e per varie ragioni( famigliari, geografiche, economiche ecc.. ) non ho potuto studiare seriamente (all’epoca batteria) ma comunque,arrangiandomi riuscii a suonare un un gruppetto del paese. Passato poi alla chitarra mi misi in testa di farlo seriamente “e intendo per farlo un domani per lavoro”. Sembra assurdo ma non lo stante i sacrifici nello studiare di notte per diventare più bravo alcune situazioni della vita non me lo hanno permesso…ma non ho mollato. Poi è arrivato il momento peggiore, scontrarsi con l’età e il fatto che ormai a 40 anni (all’epoca ) il sogno era irrealizzabile…e da lì iniziai ad evitare il più possibile la musica quasi odiandola, per mesi. Sono stato malissimo! Poi viene per caso la prima jam al guitar Cafè, e con tutta la delusione addosso ho ricominciato tra una jam e l’altra, ridandomi una piccola chance,e ne sono felice, ora suono anche in una band, e mi sono reso conto che oggi 46 anni anche se il sogno non si è avverato, “IO AMO LA MUSICA”.ed è difficile starci lontano.
quello che racconti è potente, perché dentro la tua storia c’è una verità con cui prima o poi quasi tutti i musicisti devono fare i conti: la distanza tra il sogno immaginato e la vita reale.
Permettimi però di dirti una cosa con molta chiarezza: il sogno non è fallito. È solo cambiato forma.
Per anni ci hanno fatto credere che “riuscirci” significhi trasformare la musica in un lavoro, come se tutto il resto fosse una sconfitta. Ma la realtà è che esistono molti modi di riuscire, e uno dei più grandi è proprio quello che descrivi: nonostante le pause, la rabbia, perfino quel momento in cui hai quasi odiato la musica… lei è rimasta lì. E tu hai avuto il coraggio di tornarci.
Non è affatto una cosa scontata.
Anzi, ti dirò di più: tornare dopo aver sofferto è un gesto profondamente musicale. Perché a quel punto non suoni più per inseguire un’idea di futuro, ma per qualcosa di molto più solido: una necessità interiore.
C’è un passaggio della tua storia che trovo bellissimo: la jam del Guitar Cafè. A volte basta un “salotto virtuale”, qualche persona, e lo spazio giusto per ricordarci chi siamo davvero. La musica ha questa forza silenziosa: sa aspettarci senza giudicare.
E lascia che ti ribalti una prospettiva che spesso libera molti musicisti dalla frustrazione: non è vero che a 46 anni il sogno non si è avverato. Stai suonando in una band, partecipi alle jam, senti ancora quel richiamo fortissimo… questa non è la fine di un sogno.
È la sua versione più adulta. Più vera. Più tua.
Grazie per aver condiviso una testimonianza così onesta. Sono certo che chi leggerà le tue parole si sentirà meno solo, perché la tua non è solo una storia di musica, è una storia di ritorno. Ci vediamo
domani nel nostro salotto virtuale.
Intanto grazie per avermi fatto riscoprire una band che amavo da giovane, i White Lion! Io abbandonai la chitarra nel 2005, complice un lavoro che mi assorbiva completamente, e la scomparsa di un mio grande amico, cantante delle mie prime band. Non avevo più stimoli, e passarono cosi 12 anni, ricchi di soddisfazioni ma lontani dalla sei corde. Poi nel 2017 vedo un mio ex collega che suona dal vivo, ci parliamo e lui mi dice : questo è un bel modo di passare la pensione! ci stavo già riflettendo, e pochi giorni dopo andai a comprarmi la prima delle mie chitarre attuali. Naturalmente ricominciai da capo, con i primi video su youtube e i primi corsi, tra cui un metodo a due mani di Paolo Anessi e Vince Carpentieri; da li a seguire i Maestri il passo fu breve, poi il lockdown e le dirette dal divano, le lezioni, per arrivare infine alle mie due band attuali, con cui passo le mie serate in sala prove e nei pub e locali torinesi a suonare dal vivo, e cosi si realizza il “bel modo di passare la pensione” 😄
E a maggio suonerò all’Allianz Stadium con i Rockin’1000!
Wow, che bello leggere la tua storia! 😄
Mi emoziona sapere che, nonostante la pausa lunga e le difficoltà della vita, tu abbia ritrovato la chitarra e la gioia di suonare dal vivo. Conoscerti da tanti anni e vedere il percorso che hai fatto, dalle prime lezioni fino alle tue band attuali e all’Allianz Stadium, è davvero una soddisfazione enorme.
È esattamente questo il senso di “allontanarsi per tornare ad amare”: prendersi tempo per sé stessi e poi tornare alla musica con energia e passione rinnovata.
Complimenti di cuore, e grazie per aver condiviso tutto questo con noi! 🎸